Immaginate... (2-10)

 

drawing by Simona Pugliese      


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2)


Alle tre di notte la moglie ricevette una telefonata della polizia che l’avvisava del ritrovamento. L’ipotesi più nefasta si era avverata, infarto, probabilmente.

Alla notizia anche il suo cuore subì un serio scompenso, fortunatamente rientrato per il tempestivo aiuto della sorella (infermiera), venuta per aiutarla nei lavori.

Ma, altra fatalità, il furgone del giardiniere fu coinvolto in un incidente e quando arrivò non c’era luce a sufficienza per procedere in sicurezza, così scaricò l’attrezzatura, recintò l’area interessata e dette appuntamento per il giorno dopo, di buon mattino.

Giocoforza le due sorelle si ritrovarono nel soggiorno a parlare di loro e degli altri. Attendendo il rientro del marito, riguardarono ancora il bel progetto dell’architetto, di molto ampliato rispetto all’originale, con piscina e veranda solarium… una compensazione per la lunga attesa.

I bambù neri e il telo bianco divenuti dissonanti col progetto (secondo l’architetto) non si potevano eliminare (altrimenti una soluzione valeva l’altra, no?) ma furono ridimensionati e collocati ben distante, vicino al confine.

Addossati ad una casetta di legno avrebbero formato un’esclusiva (nel senso che sarebbe stato difficile convincere qualcun altro a fare altrettanto…) isola ecologica, rifiuti, per intendersi.

Alle 10 di sera la moglie, spazientita, chiamò il marito… che non rispose nonostante squillasse. Alla sensazione della continuità subentrò quella dell’impermanenza di tutte le cose. Un incidente allungò l’esistenza del pino mentre dalla mancata risposta si presagì il destino dell’uomo.

 

Quando una persona per noi importante viene a mancare, si palesa il nostro vuoto interiore che cerchiamo di riempire con mille stratagemmi. Ma sicuramente giungerà il momento che la nostra amica, quella che il marito si recò a trovare, soffiandoci sopra li dissolverà lasciandoci nudi, come all’inizio…

Il pino fu l’ultimo dei pensieri della donna, assieme alla piscina, veranda e isola ecologica. Il senso di colpa la rese quasi catatonica e la sorella decise di trasferirsi da lei, nella stanza che il marito occupò, quando la schiena lo costrinse all’immobilitàper guardare bene il suo albero.

Riassestandola per dar aria, trovò un foglio ripiegato tra il materasso e la rete.

La sorella intuì qualcosa e lo consegnò senza aprirlo.

In quel foglio c’era la cosa più preziosa al mondo, la vita.

Non aveva il potere di renderla all’uomo… ma preservò quella della donna.

Non c’erano parole, bensì un semplice disegno a matita.

Un giorno vi mostrerò quel disegno ma voi intanto chiedete al vostro cuore quale fosse, poiché per ognuno è diverso.

Trovando la risposta, quando sarà il momento, la nostra amica la illuminerà affinché chi rimane da questa parte possa vederla.

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3)


Il marito nel giorno programmato per l’esecuzione (del progetto architettonico…) prese l’auto e, arrivato nella vecchia pineta dove veniva fatto l’impossibile per mantenere in vita i verdi ospiti, vi passeggiò a lungo, lentamente.

Gli alberi sono degli organismi viventi straordinari, pur ancorati al terreno, chi più e chi meno flette al 

comando del vento… un movimento, seppur limitato, come può esserlo quello di un anziano con gli inevitabili problemi o quello di un impiegato costretto alla scrivania per tutto il giorno, per far fronte al problema principale dell’esistenza.

Ma, se mai l’avete fatto provate ad osservare dal basso la chioma di un pino, magari distesi su una panchina, come fece l’uomo per riposarsi… avendo sentito ritornare con maggior intensità un dolore ricorrente da qualche giorno, a cui non prestò attenzione.

La chioma di un pino è una dimensione a sé stante che viene meglio colta  guardandola dall’alto, specialmente quando non si tratta di un esemplare singolo e appare del tutto evidente l’interazione di ogni albero con i vicini, le cui chiome si compenetrano per occupare al massimo lo spazio disponibile per assorbire la luce.

L’uomo focalizzò l’attenzione appunto sulle chiome e man mano il verde chiaro dei giovani aghi, da che era in secondo piano rispetto ai rami scuri e rinsecchiti, si espanse acquistando il predominio della visione. Tanto che ebbe la convinta sensazione di trovarcisi sopra e assistere a qualcosa di incredibile, mai visto in precedenza: la luce del sole composta di innumerevoli e differenti minutissime forme che come una cascata si spandeva sugli aghi, facendoli vibrare… di gioia, pensò.

Prima di assopirsi del tutto si accorse di non provare più il dolore per l’imminente perdita del suo albero e non si sentì mai in pace come in quel momento.

 

Signora – (parecchio anziana, appoggiata al bastone da passeggio) tutto bene? Le è caduto il borsello, eccolo.

L’uomo si ridestò con l’intera memoria da cui, tuttavia, non ricavò l’informazione su quanto tempo fosse trascorso; in più, messosi a sedere si accorse di aver lasciato il telefono nell’auto. Ormai chi usa ancora gli orologi?

Uomo – accidenti, mi sono assopito osservando le chiome dei pini… grazie, molto gentile.

Signora – di nulla, c’è solo questa panchina in questa zona, permette che mi riposo un po’?

Uomo – (rendendosi conto della mancata attenzione) mi scusi tanto, sono desolato, si sieda prego… sono (si presenta dicendogli dove abita)...

Signora – la conosco, è lei che ha acquistato la villa sulla collina. Conobbi Francesca, la proprietaria che ormai non poteva più viverci da sola e si è trasferita in una struttura adeguata per assistenza e compagnia.

Uomo – un posto magnifico, unico… mi dispiace per Francesca ma l’avrebbe venduta comunque, disse che ero l’acquirente giusto.

Signora – sicuramente, se le piacciono i pini apprezzerà quello che ha in casa, no?

Uomo – sì, mi piacciono, però… non a mia moglie. Quello che ho in casa sta per essere tagliato per motivi… estetici e mi sento in colpa.

Signora – quel pino ha duecento anni, non ce ne sono altri così vecchi in quella zona. La conosce la storia?

Uomo – quale?  Francesca disse che mi sarei accorto da solo di qualcosa riguardo al pino…

Signora – e non è avvenuto?

Uomo – beh, sì, è successo un fatto molto strano… un giorno ero immobile a letto e osservavo il pino. Non saprei come spiegarlo… ma mi sono ritrovato ad osservarmi da… dentro il pino. L’ho anche disegnato.

Signora – è accaduto anche a Francesca e ad altri residenti… per quello nonostante sia malandato non è stato mai tagliato. Quel pino ha il potere di accogliere, è entrato in te e tu in lui.

Uomo – un albero sacro?

Signora – direi piuttosto un amico che ha preparato una strada da percorrere.

Uomo – quale strada?

Signora – per te proprio la tua, da adesso.

Uomo – tra un po’ tornerò a casa e non ci sarà più…

Signora – ci sono tanti modi per terminare una storia… in uno ci sei tu, il pino, tua moglie e tutto quello che vorrai…

Uomo – una fantasia, non la realtà, purtroppo.

Signora – c’è un confine tra fantasia e realtà… ma un amico può allargarne la fessura e mostrarti un’altra, differente realtà.

Uomo – e come ci potrei andare?

Signora – abbandonando quella in cui ti trovi. Chi ha visto il pino può farlo…

………………..


4)


La luce del sole entrata dalle ampie finestre del soggiorno, pur illuminandone il volto non ridestò Solange (la moglie) distesa sul divano dal suo torpore, così Lisette (la sorella) dopo averle aperte lasciò il vassoio con la spremuta di arance sul tavolo, assieme al foglio trovato nel letto e uscì nel giardino.

A tre giorni dalla morte, Solange non aveva ancora dato l’ultimo saluto al consorte, un atto che sancisce per chi rimane la conclusione di quella sorte condivisa che è il profondo senso di ogni unione.

Qualche altro giorno e poi la sorella avrebbe dovuto forzatamente avviare le procedure per provvedere l’ultima dimora a quel corpo, trovato disteso sulla panchina con le braccia conserte da un’anziana signora che raccogliendone il borsello da terra si accorse dell’immobilità dell’uomo.

Chiamò il numero d’emergenza e mentre gli agenti compilavano il verbale un giovane rametto dall’alto cadde sulle mani dell’uomo. Il volto le ricordava quello del figlio spirato da giovane e pregò il personale dell’ambulanza, affinché dopo gli atti necessari fosse ricollocato tra le dita.

 

Lisette, seduta su una seggiola sotto il pino, le spalle alla villa e gli occhi all’orizzonte al confine tra la linea dell’acqua e la linea del cielo, era così assorta da non essersi accorta dell’arrivo di Solange, neppure quando prese posto su una seggiola vicina.

Il secondo colpo di vento, un potente soffio che trasportò con sé un’infinità di bianchi semi dalla barriera di oleandri che le ricaddero addosso come una nevicata, la distolse dalle riflessioni sui confini.   

Senza di essi tutto sarebbe unito, indifferenziato.  Ogni  movimento, di qualsiasi tipo, avviene da un luogo (pure esso di qualunque tipo, anche immaginario) verso un altro.

La delimitazione è condizione sine qua non per il continuo movimento della vita (nel suo senso più ampio) che nel caso di quella umana, adagiati o no su un letto di morte, termina addirittura sdoppiandosi: la meravigliosa macchina organica senza più respiro vs l’evidenza dell’assenza della coscienza cheimpossibilitata ad esprimere i suoi contenuti, perennemente ripropone l’interrogativo se continui o si dissolva.

Lisette, volgendo il capo per spazzolarsi con la mano le spalle dai semi volanti degli oleandri, trasalì vedendo la sorella seduta, più di lei imbiancata da essi... più di lei assorta sulla medesima linea di confine ribaltò in se stessa gli elementi, lasciando scorrere dagli occhi l’acqua sul cielo del foglio tenuto con una mano.

Con l’altra mano proteggeva dal vento un rametto di verdi aghi di pino, innocente come una giovane capinera caduta dal nido.

 

Il primo colpo di vento venne dall’alto e impattando sulla chioma del pino ne colse un po’ di rametti apicali; tolti dal flusso nutritivo e sparsi a terra sarebbero presto appassiti... però, diversamente dai fratelli nella loro breve vita conobbero l’ebbrezza del volo.

Uno di quei rametti sospinto dalla potenza del vento entrò dalla finestra del soggiorno finendo per adagiarsi sulle mani di Solange che si ridestò al delicato contatto. Alzatasi per riporlo sul tavolo si accorse del bicchiere con la spremuta e stranamente avvertì il desiderio di bere, dopo tre giorni durante i quali non toccò cibo e assunse solo un po’ d’acqua.

Quella sul vassoio non era una salvietta ma un foglio ripiegato… lo aprì e al guardarlo la vita ritornò in lei.

Il disegno raffigurava un uomo dentro un albero, lo sguardo rivolto all’osservatore, che porgeva un rametto di pino tenuto nella mano.

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5)


Sorretta dalla sorella, Solange entrò nella fredda stanza dell’obitorio.                 

Il responsabile  che le accompagnò aveva già scostato il lenzuolo dal volto, affinché in quei pochi metri di distanza si stemperasse l’inevitabile impatto emotivo. Un’accortezza frutto della lunga esperienza dell’uomo.

Un corpo può continuare a vivere senza la coscienza attiva ma, abbandonato dal respiro (l'energia vitale che lo mantiene), ridiventa il guscio che ne ha ospitato lo stupefacente mistero. 

Come ogni altro guscio servirà del tempo (o il fuoco) per cancellare del tutto l’impronta dell’ospitato, mentre cancellarne l’impronta nelle coscienze delle altre persone può richiedere una vita o più…

Un collegamento con la materialità di un corpo (conservato o divenuto cenere) allevia il peso dell’assenza, specialmente attraverso qualche oggetto sensibile posseduto dal defunto. Il culto dei morti distingue la nostra specie su questo pianeta.

In due casi gli oggetti sensibili trascendono la materialità, pur se ne abbisognano per essere percepiti, connotandosi più con le caratteriste della coscienza: il lascito artistico attraverso la parola scritta e la musica: amor ch’ha nullo amato è Dante così come Don Giovanni (e tanto altro) è Mozart.

Dopo un breve, infinito tempo, Solange con un’ultima carezza salutò il marito, proprio nel momento in cui il responsabile stava rientrando, tenendo qualcosa in mano.

- Signora, quando l’hanno portato aveva questo rametto di pino in una mano. La donna che ha trovato suo marito si era tanto raccomandata di lasciarlo.  

Solange, sbalordita dalla coincidenza, prendendo il piccolo rametto sentì immediatamente che quello era l’oggetto sensibile più potente collegato al marito. Ritornata a casa lo mise nel vasetto (con dell’acqua) assieme al suo. In breve si riprese dall’appassimento ed entrambi i rametti col tempo radicarono.

 

Anche Solange si riprese dall’appassimento e, abbandonata del tutto l’idea di risistemare l’esterno dell’ampia proprietà, si rese conto di non essersene mai interessata, se non per quello che ci poteva fare e non per quello che era.

Le ritornò in mente, quando la comperarono quattro anni addietro, la gentilezza della proprietaria Francesca che rimasta sola e con seri problemi fisici dovette trasferirsi in una struttura adeguata... rimasta sola come lei adesso.    

Nonostante quanto promesso (si dicono tante cose nel corso di una trattativa) non andò mai a trovarla, non perché ritenne sufficiente il paio di visite del marito… il motivo era che sapeva quanto teneva a quel pino.  

Adesso la sua vita e le cose che conteneva erano state cambiate da un potere superiore, in un processo di rimodellamento e trasformazione in atto che potò i rami ormai  rinsecchiti delle sue aspettative e desideri, per dar luce e spazio ai nuovi germogli. Due settimane dopo la morte del marito andò a visitare Francesca.

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6)


Francesca – ho saputo, gli volevo bene come a un fratello…

Solange – mi ha sempre parlato bene di te, ti era riconoscente per la casa… c’era dell’altro?

Francesca – la casa, certo… sai, quando siete arrivati avevo già una trattativa in corso ma non l’ho detto, perché non pensaste che fosse solo questione di denaro. In quella casa ho vissuto l’intera vita con mio marito, i miei genitori prima di me e i loro ancor prima; quando persone nelle mie condizioni sono costrette a decisioni talmente importanti da cambiare del tutto la loro vita, hanno un solo modo per sopportarne il peso…               

Solange – neanche io ho detto – per interesse, lo ammetto – che forse la soluzione migliore sarebbe stata un’assistenza domiciliare… so che potevate permettervelo.

Francesca – l’ho considerata, ma era una strada che sarebbe terminata con me, poiché non avendo figli, i miei eredi avrebbero proceduto alla vendita al miglior offerente. Un tempo avevo un’amica parecchio più anziana di me, non geniale ma certamente particolare per delle qualità che possedeva, soprattutto la capacità di porsi immediatamente nello stato d’animo altrui che distinse la sua attività professionale, esercitata al minimo tornaconto. Nel tempo libero disegnava elaborati e colorati disegni geometrici, li teneva per sé appesi su tutte le pareti di casa e, penso che ti sarà difficile crederlo, risuonavano con lei.

Solange – infatti… cosa intendi per risuonare?

Francesca – posso dirlo in negativo, partendo da un’esperienza comune: il senso di vuoto quando il proprietario non è in casa. Sovente quando lei si assentava per motivi di salute, andavo ad accudirne i gatti e le piante ma non gradivo stare a lungo all’interno, mi prendeva la tristezza perché presagivo quando l’avrebbe abbandonata per sempre. 

Una volta, mentre stavo innaffiando le piante del soggiorno mi parve d’essere osservata… alzai lo sguardo sui suoi quadri appesi alle pareti e - come amor ch’ha nullo amato è Dante e Don Giovanni è Mozart - quelle opere non solo erano lei ma ebbi l’impressione che fossero entrate in risonanza come dei diapason accordati…

Dopo qualche minuto la mia amica ritornò molto prima del previsto, poiché le rimandarono un esame per motivi tecnici. Le raccontai quello che provai e divenne triste… è umano affezionarsi a persone e oggetti.

Solange – con la morte di mio marito ho capito cose a cui non davo il giusto valore…

Francesca – sì, e non bisogna fermarsi… riguardo le opere della mia amica, in altre occasioni ebbi conferma che non fosse solo suggestione e un giorno accadde l’incredibile… vuoi ascoltarlo sapendo che in futuro potrebbe stravolgere la tua vita?                        

Solange – più di così…

Francesca – bene… quel giorno come in un dejà vu si ripropose la medesima situazione, ero nel soggiorno e innaffiavo le piante che risuonarono anche più della volta precedente. Mi sedetti, certa di veder comparire di lì a breve la mia amica, invece squillò il telefono… l’avevano ricoverata per accertamenti.

Subito dopo una persona bussò alla porta, con un tuffo al cuore (ero sicura di aver chiuso il cancello) andai ad aprire. 

Si presentò  una giovane donna che si era inventata un modo diverso per sopravvivere, proponendo dei libri che teneva in una borsa di cotone bianco, stampata. Disse di aver trovato il cancello aperto, scusandosi per essersi permessa di arrivare sino all’uscio accennò ai libri e stava già per andarsene, sommando l’eventuale rifiuto a innumerevoli altri.

Aveva un aspetto dimesso e seppur provata da una vita difficile, brillava nei suoi occhi una luce come non ho mai visto prima… dissi di attendere un momento. Lasciando la porta aperta andai in soggiorno per prendere dei soldi e avvenne l’incredibile… i quadri cantavano!

Solange – no, questo non posso crederlo…

Francesca – non potevo crederlo neppure io… infatti era la ragazza che stava intonando il motivo di una famosa canzone francese…

La mer
Au ciel d'été confond
Ses blancs moutons
Avec les anges si purs
La mer
Bergère d'azur
Infinie

… ma per come la cantava (lo faceva quando vendeva qualcosa, per ringraziamento), posizione, distanza e angolazione, per il fatto che quella canzone appartiene alla mia memoria come io appartengo ad essa e per altri ignoti motivi, la sua voce sembrava provenire proprio dai quadri. 

Fosse stato un fenomeno fisico di riverbero, suggestione o altro non fa differenza… era un segno, inequivocabile, di un potere in atto.

Solange – era anche la canzone preferita di mia madre, francese… e dopo?

Francesca – ero sbigottita… quasi in trance le detti del denaro (è troppo, disse…) e allungai la mano, scegliesse lei il libro. Si accomiatò con un caloroso sorriso, ritornai in casa e al vedere i quadri ritornati muti e spenti compresi il messaggio di quel potere… mi precipitai fuori e chiamai la ragazza, appena in tempo prima che salisse su una scassata Renault 4.

Si voltò sorpresa e ritornò da me, chiedendomi se per caso avevo trovato che il libro mancasse di qualche pagina. La rassicurai non fosse quello il motivo, bensì che avevo pensato di regalarne qualche altro ai miei amici. La invitai ad entrare per visionarli e fu lei stavolta a essere sbigottita, quasi in trance al guardare i quadri della mia amica.

Disse di aver sognato quei disegni e... adesso devi scusarmi ma è l’ora della terapia.

Solange – scusami tu, non ti avevo chiesto quanto tempo potevi dedicarmi… posso ritornare?

Francesca – se ti va di ascoltare questa vecchia chiacchierona (io) chiedi pure gli orari all’assistente.

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 7)



Qualche giorno dopo

Solange – ripensando a quello che mi hai raccontato è rimasto in sospeso qualcosa…

Francesca – da dove vuoi che riprendiamo?

Solange – dalla fine, quando la ragazza ha detto di aver sognato i disegni della tua amica... erano davvero così somiglianti da provocarle quella sorta di trance?

Francesca – non solo, Anna (la ragazza) mi mostrò un foglio dove appena sveglia ne aveva schizzato un paio… semplicemente incredibile.             Accondiscese a prestarmelo per mostrarlo il giorno dopo alla mia amica Violetta. Comperai tutti i libri che mi lasciò con la borsa stampata, assicurandole che la mia amica al suo ritorno ne avrebbe sicuramente presi altrettanti.

Raccontai a Violetta quanto accadde, da abbattuta che era man mano si rialzò sul letto e al vedere gli schizzi le si illuminò il volto… si fece dimettere su due piedi e volle incontrare Anna il prima possibile. 

Ci sarebbe molto da dire al riguardo… Violetta morì qualche mese dopo – ormai sono vent’anni -  felice di aver lasciato la sua casa con tutti i quadri ad Anna e suo figlio Piero, che si trasferirono da lei in breve tempo.

Anna era una ragazza madre che si rifiutò di interrompere la maternità e si dedicò al figlio, nato con dei problemi… ma con la sua stessa luce negli occhi, anche se di un altro colore. Si arrangiò in tutti i modi possibili purché leciti, privando se stessa anche del necessario senza farlo mai mancare al figlio.

A Violetta il destino offrì il modo di giungere al capolinea sapendo che quanto aveva più a cuore (le sue opere) sarebbe stato preservato, infatti Anna non modificò nulla nella casa, eccetto la stanza dove si stabilì Piero.

Solange -  una bella storia, commovente… me l’hai raccontata per spiegarmi cosa intendevi per “il solo modo per sopportarne il peso?”

Francesca – sì, anche per la mia casa e voi…

Solange – riguarda anche il pino, vero?  

Francesca – certamente, il pino vi ha scelto…

Solange – come poteva? Nel caso avrà scelto mio marito, non certo me che volevo farlo tagliare…

Francesca – come te lo dirò dopo… ma tu non l’hai tagliato e non lo farai in futuro, no?

Solange – solo adesso comprendo cosa provava mio marito per quell’albero, purtroppo per me era solo legna da togliere… mi sento terribilmente in colpa.

Francesca – avresti potuto importi ma hai pazientato tre anni…

Solange - non ho meriti per questo, semplicemente accadeva sempre qualcosa a procrastinare il progetto.

Francesca – però tu accettavi la sospensione… era già oltre il tuo limite, un’altra persona avrebbe fatto procedere i lavori comunque.

Solange – se avessi abbandonato del tutto l’idea avrei migliorato la vita di mio marito…

Francesca – questo non si può sapere, poteva morire prima…

Solange – (seguendo un’intuizione) l’altra volta ti ho chiesto se c’era dell’altro che giustificasse il tuo sentimento per mio marito…

Francesca – sì, c’è dell’altro e gli promisi di rivelarlo solo se me l’avessi chiesto…

 

Durante le trattative per l’acquisto, l’uomo fu sorpreso dal comportamento di Francesca che gli venne incontro per ogni questione posta, non ultima la cifra da pattuire che ridusse sino alle sue disponibilità.

Ebbe il sospetto che potesse esserci un’urgenza inconfessabile e diede incarico di verificare la storia geologica del luogo, la regolarità documentale ed eventuali progetti regionali o europei che potessero interessare la casa o la zona. Niente, tutto era più che a posto… nemmeno qualche piccolo abuso edilizio da sanare, proprio un vero affare, un colpo di fortuna incredibile.

Era evidente che la più che anziana proprietaria manifestava una simpatia verso di lui e si vergognò del pensiero di approfittarne ulteriormente, avendo già ottenuto fin troppo. Sapendo che non aveva figli suppose che l’urgenza riguardasse eventuali conflitti legati all’eredità, meglio gestibili convertendo gli immobili in denaro. Ma dopo le firme sul preliminare le chiese apertamente quale fosse il motivo di tutte le notevoli concessioni.

Francesca rispose che l’urgenza riguardava la sua età e il desiderio di “lasciare la stanza in ordine” – così si espresse – per tempo. Al che lui replicò schiettamente che nello stesso tempo avrebbe potuto spuntare senza dubbio almeno il venti percento in più (come gli confermò l’intermediario della donna, a sua volta sorpreso della determinazione a concludere l’anomala trattativa al ribasso con lui), inoltre confessandole d’aver avuto il pensiero di abbassare ancora l’offerta.

Francesca replicò che l’avrebbe accettata comunque, buon per la sua coscienza che non oltrepassò il limite. Disse che quando vennero a visitare la proprietà – Solange si interessò dapprima agli interni, accompagnata dall’agente immobiliare – volutamente mentre conversavano lo fece camminare attorno al pino. Lui non badò alla manciata di giovani rametti che caddero cerchio sulle sue orme.

Quando le parti si invertirono e toccò a Solange, ancora il pino-oracolo  “sacrificò” qualche altro rametto… confermando a Francesca che nonostante l’indifferenza alla fine l’atteggiamento della donna sarebbe cambiato.

Solange – (la interrompe) anche per questo, come i quadri che “cantavano”, la spiegazione è forse la stessa (il vento) di quanto mi è accaduto due settimane fa con un rametto del pino (racconta l’episodio).  

Francesca – ah… ne riparleremo, una spiegazione c’è di sicuro, ma chi la ascolta è in grado di accettarla?    Le piante sono organismi viventi altamente evoluti e per quanto adattabili c’è chi non ottiene risultati neppure sufficienti con esse, al contrario di altri.

Senti questa storia (vera – ndr): a una donna che teneva in casa un esemplare di grusone (cactus di forma sferica con spine lunghe e acuminate) di notevole diametro a cui si rivolgeva come altre persone al loro gatto o al cane, accadde di incespicare e strofinare violentemente un braccio sulla pianta.    

Gli aculei eseguirono il compito per cui erano stati creati, ferendola profondamente.  La donna in un incontrollabile impeto di rabbia mista al dolore imprecò contro il cactus, in malo modo è dir poco.                    La mattina seguente, col braccio fasciato e medicato, quando ritornò dalla sua pianta per scusarsi tutte le sue spine erano cadute. 

Se hai fiducia che la storia sia vera c’è un solo modo per spiegarla, ma non hai bisogno delle storie altrui… guarda alla tua, dove qualcosa ti sta guidando.

Solange – (piangendo) … scusamihai ragione ma non riesco ad accettare che sia tutto finito…

Francesca – nessuno può riuscirci completamente perché nella memoria c’è anche qualcosa che mantiene un collegamento con i nostri cari.

Solange – (racconta dell’altro rametto di pino all’obitorio). Li ho messi in acqua e la donna delle pulizie mi ha detto che sono spuntate delle piccole radici bianche…

Francesca – (vedendo arrivare l’assistente) come vola il tempo… dimmi solo una cosa, come sono quei due rametti?

Solange – (stupita) sinceramente devo dire che li ho appena guardati, sembrano simili, penso come tutti i rametti…

Francesca – dobbiamo sospendere, continueremo la prossima volta… grazie della visita, Solange.

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 8)


Lisette, ritornata a trovare la sorella si sorprese di quanto fosse cambiata, pur patendo gli inevitabili mancamenti che talvolta la facevano sprofondare nella consapevolezza dell’assenza definitiva, diversamente da prima il suo modo di parlare e di muoversi (più stabile e sicuro) indicavano una prospettiva, una direzione verso cui procedere. Conoscendola, era sicura che fosse accaduto qualcosa e poiché avevano l’abitudine di parlarsi apertamente…

Lisette – fatti, persone o parole?

Solange – a che riguardo?

Lisette – a te… dev’esserci un motivo per il tuo cambiamento.

Solange – mi conosci bene… tutti e tre. Sono stata a trovare Francesca, l’ex proprietaria, ascolta… (racconta le due conversazioni).

Lisette – accidenti, si è aperto un mondo…

Solange – è lo stesso pensiero che ho avuto anch’io. Ne ho avuto anche un altro: tu fai parte di quel mondo, senza la tua presenza non ce l’avrei fatta.

Lisette – ti ci voleva più tempo ma ne saresti venuta fuori.

Solange – forse sì e forse no… ma non nel mondo che hai detto. Tu hai trovato il disegno, me l‘hai portato con la spremuta e aperto la finestra. Eri con me sotto il pino ad asciugare le mie lacrime e se non mi accompagnavi non sarei andata a porgergli l’ultimo saluto…

Lisette – capisco quello che vuoi dire, le persone orientano le circostanze, giusto?

Solange – sai leggermi meglio di me stessa… la mia sorella maggiore, pensa se fossimo nate gemelle!

Lisette – beh, invidiavo la tua eleganza e non mi sarebbe dispiaciuto vestirmi come te, i gemelli lo fanno. A proposito di somiglianze… Francesca ti ha domandato come sono i due rametti, me li mostri?

C’era un gioco che facevano tra loro: porsi una domanda, scrivere la risposta su un foglietto e al segnale mostrarlo contemporaneamente. Decisero di ripeterlo e Lisette formulò la domanda: che ne pensi? Solange va a prendere il vaso di vetro con l’acqua, lo mette sul tavolo ed entrambe osservano a lungo e attentamente i due rametti con le loro minute radichette bianche. Scrivono la risposta sul loro foglietto e al “via” li scoprono.

Lisette – “identici”

Solange – “sono uguali”

Come per dei fiori che ad uno sguardo veloce appaiono simili e solo osservandone i particolari si notano le differenze, così pensavano fosse per i due rametti. Costretti nello stesso recipiente, l’orientarsi verso la luce ne aveva giocoforza plasmato il portamento, ma biforcazioni, squame, numero di aghi, dimensioni… tutto coincideva e poteva finire lì con un senso di meraviglia… se non fosse per due di quei particolari: le tre coppie di aghi più vecchi erano spezzati negli stessi identici punti, come era identica la sfrangiatura della ferita dovuta allo strappo.                     

Solange – le spine sono cadute…

Lisette – eh?

Solange – i rametti sono come il grusone (cactus) e l’impossibile coincidenza equivale alle spine di cui parlava Francesca che, testuali parole, disse: “se hai fiducia che la storia sia vera c’è un solo modo per spiegarla”.

Lisette – l’analogia ci sta… in che modo lo spieghi?

Solange – beh, come Francesca: ”ma non hai bisogno delle storie altrui… guarda alla tua, dove qualcosa ti sta guidando.”

Lisette – se la spiegazione è quel qualcosa, resta indefinita…

Solange – giusto, diciamo che possiamo solo riconoscere che sia così.

Lisette – però, non ti sembra strano che Francesca ti abbia domandato dei rametti?

Solange - e solo prima di salutarmi…

Lisette – ti ha dato i compiti per casa, certo che…

Solange – le chiedo se dopodomani posso portare anche te?

Lisette – oh… mi piacerebbe conoscerla prima di ripartire. Posso anticipare a domani la firma sul modulo… dell’ospedale, l’avevo scordato e mi hanno sollecitato.

Solange - … dell’obitorio, tranquilla. Vengo con te.

Lisette – non serve, è questione di poco tempo.

Solange – serve a me… vorrei ringraziare il responsabile.

 

Le due sorelle entrarono nella struttura e come previsto bastarono pochi minuti. Solange chiese del responsabile ma seppe che era in pausa per un paio d’ore, tuttavia la segretaria, vedendola dispiaciuta, le disse (facendosi sfuggire un sorrisetto e pregando di non citarla) che di solito la trascorreva (la pausa) nella pineta dell’ospedale. Chiedendosi il motivo del sorrisetto la ringraziò e s’incamminò sul viale assieme alla sorella, sotto l’ombra fresca e secca degli alti pini domestici.

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9)

          

Al vedere il responsabile venire verso di loro, Solange si stupì di non rammentarne la notevole statura (per quanto fosse stata affranta due metri d’altezza non passano inosservati) diversamente dal volto che riconobbe da una discreta distanza, anche se quando furono abbastanza vicini le parve più giovane, sui quarant’anni.

Solange – buongiorno, sono Solange e questa è mia sorella Lisette e…

Responsabile – (riconoscendola)… io mi chiamo Zeno, buongiorno a voi. Come va, signora?

Solange – (scambiandosi una stretta di mano… la sua ci stava due volte in quella di lui) ho assorbito lo shock ma non il fatto… desideravo incontrarla per ringraziarla di tutto. Sa, il rametto di pino ha sviluppato delle radici, spero che attecchisca e cresca poiché è il ricordo vivente di mio marito.

Zeno – grazie a lei per la gentilezza, fare bene il mio lavoro è tra le cose più importanti. Il rametto… stia attenta, metterlo a dimora in terra è la fase più delicata.

Solange – se ne intende?

Zeno – abbastanza per darle qualche consiglio, le conifere sono la mia passione, soprattutto il pino domestico come il suo e questi maestosi esemplari nel pieno della maturità. Qui non mi ascoltano… vedete lì, la nuova zona parcheggi proprio sotto i pini, senza alcuna protezione delle radici se non uno strato di ghiaia e sopra l’asfalto con le bianche linee di delimitazione, quelle sì eseguite a regola. La compressione del terreno per il transito e peso dei veicoli causerà la formazione di noduli sempre più estesi sulle radici superficiali…  

Lisette – sono i noduli che sollevano l’asfalto?

Zeno – infatti, l’albero reagisce alle sollecitazioni, l’apparato radicale è esteso come la chioma, altrettanto complesso e ramificato; asfalto e cemento sono una barriera all’aria e acqua... in poche parole, soffre.

Lisette – ma se serviva il posteggio…

Zeno - si lasciavano delle ampie aiuole di rispetto, certo meno posti... questi pini di oltre cinquant’anni sono come i nostri genitori, quando non ci saranno più sentiremo il vuoto che lasciano nelle nostre vite.

Solange – senta, Zeno… le chiedo se potrebbe dedicare un po’ di tempo ai miei rametti (sì, sono due), glieli porto dove vuole, la ricompenso, s’intende.

Zeno – per ricambiare la vostra visita sarei contento di aiutarvi e, visto che mi avete ascoltato, se accetta un altro consiglio…

Solange – ci mancherebbe, accettato, dica pure!

Zeno – se quei rametti li terrete in vaso me li può portare qui. Ma se avete già l’intenzione  in futuro di piantumarli in terra… beh, ci terrei molto a seguirne le fasi fin dall’inizio, venendo io da voi…

Solange – non speravo tanto! Sì, l’intenzione è quella, questo è il mio numero, mi mandi un messaggio per accordarci. Adesso possiamo darci del tu, va bene?

Zeno – certamente e visto che stiamo facendo amicizia permettetemi di offrirvi un caffè (le sorelle accettano, arrivano ai tavolini all’aperto e si siedono). Prometto che non lo dico – la segretaria è stata… gentile?

Solange – molto gentile, se non era per lei oggi non ci incontravamo, ha solo fatto un sorrisetto…

Zeno – meno male, è qui da un anno, una brava ragazza e beh, mi ha fatto intendere… mi dispiace ma proprio non ci penso, così nelle pause preferisco stare all’aperto. Per lei non è normale passare il tempo sempre sotto i pini, glielo lascio credere, anche se è vero…

Lisette – (sorridendo) pare contradditorio, è normale o no?

Zeno – del tutto normale avere interessi diversi… ma se sapesse che a tutti i 161 pini della pineta ho dato un nome e li saluto giornalmente, voi che direste?

Lisette – ho un’amica insegnante che ha più o meno quel numero di alunni, devi avere una buona memoria per ricordarli… come fai, hai impiegato dei numeri?

Zeno – no, nessun numero né sigle… nomi di persone, come gli alunni.

Lisette –… nomi a caso?

Zeno – (un’ombra di tristezza tolse per un attimo la luce ai suoi occhi… ma si riprese in fretta) visto che un po’ ci frequenteremo, prima o poi avrei dovuto dirlo, tanto vale farlo subito…

Avevo quattordici anni, degli splendidi genitori e due adorabili sorelle gemelle di dieci anni. Promosso con pieni voti e lode all’esame di licenza media per premio fui mandato in anticipo in Toscana, vicino al mare, da una mia zia dove mi attendeva il regalo che sognavo, una vespa 50 ET2 che uso tutt’ora. I miei genitori mi avrebbero raggiunto con le gemelle la settimana dopo, per le ferie del babbo.

Il giorno prima della loro venuta, di sera, nello stesso momento in cui si scatenò un temporale di un’intensità inaudita squillò il telefono. Vidi mia zia rispondere e cadere svenuta dopo meno di un minuto, col telefono ancora in mano. Chiesi aiuto urlando per le scale, arrivarono i vicini che chiamarono il dottore. Quando mia zia si riprese non era più la persona che conoscevo… non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, c’erano almeno dieci persone in casa che parlottavano tra loro sottovoce e mi guardavano strano, le finestre erano rimaste aperte e c’era acqua dappertutto… l’amica di mia zia del piano sottostante mi prese per mano e mi portò a casa sua, dicendomi che suo marito sarebbe rimasto con lei quella notte, per assisterla. Ero preoccupato, quello che accadeva mi impauriva da togliermi le forze, la signora mi fece bere una bevanda calda e stette vicino a me sul divano finché mi addormentai. Qualcosa nella mente mi paralizzava, impedendomi di collegare la telefonata allo svenimento di mia zia, l’avessi fatto sarei corso a casa e probabilmente avrei telefonato ai miei per avvisarli dell’accaduto. Non sapevo che a mio padre avevano anticipato le ferie di un giorno, a sua volta anticipò la partenza senza avvisare me e la sua amata sorella (mia zia) per farci una sorpresa….

Il destino, nella forma di un gancio che si ruppe, fece scaricare il carico di tronchi dal rimorchio di un camion… mio padre e le gemelle morirono sul colpo ma mia madre sopravvisse per un po’ - altrimenti mi sarei gettato dalla finestra o annegato – per impedire a quel destino di cancellare dall’esistenza tutta la sua famiglia, la ragione e il significato della sua vita. Almeno uno doveva rimanere per testimoniarne l’amore.

Zeno – Scusatemi, non era questo che volevo dire, non so come mai mi sono fatto prendere dai ricordi…

Solange – (dando dapprima un’occhiata alla sorella, al par suo con gli occhi lucidi di commozione) ti prego, se puoi continua… è molto importante per noi due.  

(Zeno, avvertendo che qualcosa li accomunava, riprende la narrazione.)

Nonostante dessero pochi giorni di vita a mia madre, certi che non si sarebbe risvegliata, tra lo stupore del personale medico lei riaprì gli occhi, impegnando tutte le sue residue forze per riprendere la fonazione. 

A causa della compressione subita non c’era speranza per gli organi interni. Ero con lei e piangevo tutto il tempo, sapevo che ne aveva per poco e la pregavo di portarmi con lei, da mio padre e le gemelle… improvvisamente emise un suono, poi un altro e quando riuscì a pronunciare il mio nome… non si può descrivere l’amore.

Ci guardammo e seppi cosa voleva da me…

“vuoi una promessa, mamma?” – annuì

“te lo prometto, sopporterò il dolore quando te ne andrai, ma tu promettimi che ci ritroveremo, col papà e le mie sorelle.”

“sì, Zeno” – le sue ultime parole

Le tenevo la mano e poco dopo, con un leggero sorriso, chiuse gli occhi per sempre.

Zeno – (dopo un respiro profondo, guardando le due donne che non trattennero le lacrime) adesso so perché mi sono confidato, è successo anche a voi, vero?

Lisette – sì, con nostra madre. Eravamo giovani ed entrambe le tenevamo la mano… dici che ci aspetterà?

Zeno – certamente, il compito di una madre non finisce con la sua morte ma con quella dei figli, questo è quello che credo io.

Solange – (passato il momento di intensa partecipazione emotiva) e invece quello che volevi dire, riguardo i nomi?

Zeno – ottima memoria! È presto detto, mia madre aveva una passione per le parentele, conosceva gli alberi genealogici paterni e materni sino… ad Adamo ed Eva. Conservava gelosamente le fotografie di tutti – mezzo armadio di scatole e album – e le piaceva mostrarmele citando nomi e parentele, sperando di infondermi il suo interesse, allora senza troppo successo debbo dire. Dopo, riprendendo quelle scatole e album, ho immaginato di stare con lei mentre li sfogliavo e rovistavo nelle scatole. Beh, un giorno mi sono persino addormentato e al risveglio ho deciso di recuperare il più possibile di quegli alberi genealogici… riversandone i nomi negli alberi di questa pineta.

***

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10)



Lisette – grazie Francesca, non c’è stata occasione in precedenza ma, dopo che ultimamente mia sorella mi ha parlato di te, ci tenevo a incontrarti.

Francesca – grazie a voi, apprezzo un po’ di compagnia. Spero che Solange ti abbia anche avvisata che sono un poco strana, racconto e forse m’immagino storie che poi confondo con la realtà. Quando si è giovani i dipinti stanno dentro le cornici che poi con l’età si dissolvono e tant’è, non si capisce bene dove finisce un quadro e ne inizi un altro.

Lisette – Una sorta di smarginatura, direbbe qualcuno. Non importa, mi piace più ascoltare la voce che le storie e la tua è davvero armonica e fresca, molto più giovane della tua età.

Francesca – adesso ho ottantacinque anni. Si dice che in futuro verrà abolita la vecchiaia con l’obbligo di rimanere produttivi sino alla fine, chi non ce la fa lascia il posto, in che modo è da vedere. Che ne pensi?

Lisette – spero non sia imminente, mio marito Franco tra un mese andrà in pensione a 65 anni compiuti, con 45 di contributi e una vita di lavori pesanti alle spalle… direi che può bastare. Sarò contenta al vederlo dedicarsi ai suoi hobby, al massimo mi aiuterà per le spese, la cucina e il nipotino della nostra unica figlia.

Francesca – da ragazza, quando l’anno duemila era il futuro, dibattevo della grande disponibilità di tempo libero che il progresso avrebbe consentito. Ma da ciò che vedo le enormi risorse che la tecnologia ha reso disponibili non hanno avvicinato quel traguardo, anzi…

Lisette – le risorse vengono impiegate male, il motivo è sempre il lato oscuro della coscienza umana...

Francesca – (osservandola con interesse, poiché arrivò subito alla conclusione) sì, è quello il punto, l’oscurità neutralizza le piccole luci che lavorano per il cambiamento. Per quella strada, forse non c’è speranza.

Lisette – non credo si possa far altro che portare ognuno la propria luce per illuminarla, la strada. Si procede fin che c’è (luce) e poi ci si rassegna, no?

Francesca – certamente, pur se alle spalle l’oscurità… riprende possesso dell’esistente.

Lisette – è una legge fisica, la luce non si ferma.

Francesca – diversamente dalla luce, le persone possono.  

Lisette – sì, ma a cosa serve se la luce se n’è andata e l’oscurità non si può vincere?

Francesca – a considerare il percorso, come sei arrivata sin dove sei arrivata e dopo un po’, considerare che non sia solo un caso… come non è un caso che un violinista prema esattamente il punto giusto sulla corda per ottenere la nota desiderata.

Lisette – beh, mia figlia ha imparato a suonare il violoncello, è questione d’esercizio, coordinazione e tante altre cose…

Francesca – vedi, stai considerando il percorso che conduce a quella nota… non è per caso che un musicista anche nella totale oscurità può trovarla, no?

Lisette – d’accordo, non è un caso… e come si collega con le persone che possono fermarsi?

 

Solange, sbalordita dall’argomentare filosofico e della subitanea sintonia tra Francesca e la sorella, le ascoltava a bocca aperta. Ricordò quando, dopo la morte della madre, Lisette interruppe il brillante percorso universitario umanistico decidendo per un corso di specializzazione infermieristico. Tanti provarono in tutti i modi a farla ritornare sui suoi passi ma non ci fu verso, neppure di farsi spiegare il motivo, indubbiamente connesso al lutto. Quella fu una porta che mantenne chiusa, anche al marito.

Adesso che la sentiva, quasi tre decenni dopo, discutere con Francesca di argomenti che sottoponeva alla madre (di cui si era prefissata di seguirne le orme accademiche), troppo astrusi per lei più giovane di quattro anni, le parve che il tempo fosse tornato indietro. Era del tutto certa che la sensibilità di Francesca colse quel lato “in ombra” della sorella. Pensò - nello stesso momento in cui Lisette stava dicendo che la luce non si ferma - che non sarebbe successo se il giorno prima Zeno non avesse aperto la porta, permettendo alla luce di Francesca di entrare per… sì, cercare di liberarla dal voto segreto di rinuncia a una parte importante di se stessa.

 

Francesca – oh… la luce non si ferma, per un motivo o l’altro va via, si allontana da te alla sua incredibile velocità. Puoi decidere di non muoverti o qualunque altra cosa ma la luce non tornerà. Allora che fai?

Lisette - … se rimango lì?

Francesca – se consideri che l’enorme complessità della vita che ti ha portato sin lì non sia frutto del caso, come non lo è la nota per il musicista, potresti avere fiducia di muoverti anche senza luce, suonare nell’oscurità?

Lisette – se nonostante i miei sforzi… non ci riesco?

Francesca – immagina di averla… come l’hai avuta per ascoltarmi.     

Lisette - … mia sorella ti ha raccontato qualcosa di me?

Francesca – c’è qualcosa che i tuoi occhi possono nascondere ad una vecchia signora che non distingue più il dipinto dalla cornice?

In Lisette, quel “qualcosa”, nella forma del giuramento che fece a se stessa di precludersi un sicuro successo negli studi, “considerandolo” inutile dopo la morte dell’amata madre, si smosse dal fondo del cuore dove l’aveva sigillato.

Vide o immaginò nel volto “della vecchia signora”, quello di sua madre e per un istante ebbe la sensazione che la sua scia di luce (che ognuno lascia al passaggio terreno) riaffiorasse in lei. Per la prima volta nella sua vita “considerò” che uno degli scopi dell’oscurità fosse di accogliere la luce, come il letto d’un fiume l’acqua.

Ancor più che il giorno innanzi con Zeno, non poté trattenere la tempesta interiore che stava per travolgerla e Solange, che ne percepì l’arrivo, fu lesta a lasciarle sole, rientrando dopo un bel po’, assieme all’assistente che implicitamente significava il termine della visita.

Si congedarono (affettuosamente) da Francesca e nell’avviarsi all’auto Lisette prese sottobraccio la sorella.

Lisette – grazie per avermi lasciato sola… so che hai capito quanto è successo, Francesca è una persona speciale e dopo ti riferirò alcune cose che mi ha detto, ma una mia te la dico adesso…

si tolse gli occhiali da sole e Solange rivide la luce di un tempo nei suoi splendidi occhi azzurri (che un po’ invidiava) 

… tra poco sarà il compleanno della mamma e le farò il regalo che si attendeva da me: ho deciso di riprendere l’Università.

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